I bambini ibridi o la questione della lingua russa nei bambini adottati

“Se esistessero due sinonimi perfetti, ci starebbero due lingue in una sola” (C.Chesneau Dumarsais)

La scelta di mantenere il legame di un bambino adottato con le proprie radici grazie ad un legame con la lingua di origine non viene discussa molto spesso mentre si tratta di  un progetto  genitoriale frequente nel post-adozione anche se non spesso “raccomandabile” perché quasi sempre  impossibile da attuare.

Le ragioni per cui il mantenimento nella lingua di origine non viene spesso incoraggiato sono  multiple: la prima, la più importante, è che il bambino adottato  desidera a tutti i costi  inserirsi nel suo nuovo paese, ancora di più se se tratta di un bambino in età pre-scolare o scolare (= che  andrà a scuola materna, elementare o media). In questo caso, il bambino deve imparare rapidamente la nuova lingua (chiamata lingua madre secondaria) e dimenticare quella di origine (o lingua madre primaria):

(Pour les enfants adoptés) l’oubli de la langue maternelle primaire est un grand facteur d’intégration (Per i bambini adottati, dimenticare la lingua materna primaria è un grande fattore di integrazione) da: futurortho.wifeo.com

La stessa fonte ci indica che un bambino che arriva grandicello imparerà la sua nuova lingua in un tempo che varia dai 6 mesi ai due anni. Per aiutarlo ad acquisire, nel nostro caso, l’italiano, non è consigliabile mantenere il contatto con il russo oltre i primi momenti dell’incontro. Far studiare invece il russo come “lingua straniera” potrebbe creare conflitti  in  ragazzi più cresciuti.

Un’altra ragione per cui il mantenimento della lingua di origine  del bambino adottato sarà molto difficile è che il mantenimento della lingua madre primaria non potrà comunque avvenire se al meno uno dei genitori adottivi non parlerà unicamente e perfettamente quella lingua  primaria (questa è  tra l’altro LA condizione che permette il bilinguismo del bambino in generale), una situazione molto improbabile nell’adozione internazionale, a meno che uno dei genitori non sia della cultura di origine del bambino.

Un’ultimo motivo da menzionare che potrebbe andare contro un progetto di blinguismo adottivo è  legato alla particolare identità culturale del bambino adottato:  non solo il bambino,  per motivi pratici, capisce spontaneamente che per  inseririsi ha bisogno di imparare una nuova lingua, ma quel bambino, con quel gesto così importante, fa capire di voler essere come gli altri, cioè un cittadino del suo paese adottivo, con un passato tutto suo con il quale ha  solo un legame storico, che rimarrà suo, ma non ha per forza ragione di essere “esposto” o semplicemente mantenuto:

Contrairement à ce que l’on pourrait penser, un enfant adopté n’a pas forcément envie de garder sa langue maternelle primaire. En fait, beaucoup ne veulent plus l’entendre. Un enfant adopté n’a pas forcément envie non plus de retourner dans son pays d’origine : certains veulent oublier la culture maternelle primaire pour la remplacer complètement par la secondaire. (Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, un bambino adottato non ha per forza voglia di mantenere la propria lingua madre primaria. In realtà molti non la vogliono proprio più sentire. Un bambino adottato non ha per forza neanche voglia di tornare nel paese di origine: alcuni vogliono dimenticare la cultura primaria per sostituirla completamente con quella secondaria) da: futurortho.wifeo.com

"Una mia decisione"

Sarà  in fatti parte dell’educazione del figlio, cercare di capire con lui se,  ad un certo punto, vuole o meno ricollegarsi con la cultura di origine. Quel futuro potenziale collegamento potrà essere una riscoperta della lingua primaria, un avvicinamento alla cultura più particolare, un viaggio. Ma dovrà essere il ragazzo/la ragazza  a decidere. Alcuni lo vorranno, altri no, e molto probabilmente non “adesso”.

Per capire meglio, bisogna, a mio parere, semplicemente convincersi che il bambino adottato abbia un’identità culturale diversa da quella dei suoi genitori e dei bambini immigrati.  Il bambino adottato diventa un “ibrido culturale”.  “Ibrido” è un termine ispirato alla genetica che viene usato in intercultura per definire un incrocio culturale non-naturale, cioè frutto della mano dell’uomo, che ha identità propria fatta di più elementi, non quantificabili  e non uguali per tutti perché strettamente legati a quel prodotto considerato, veramente unico.  Così, un bambino adottato in un altro paese  è un ibrido perché è il prodotto artificiale di un incrocio tra due o più culture: quella di origine, quella adottiva, ma anche quella sociale della famiglia adottiva e delle tante culture che lo circondano. Il bambino immigrato invece non è un “ibrido”: la sua lingua primaria gli rimane naturale per tutta la vita e l’immigrazione viene vissuta come un fatto naturale, insieme allo spostamento della sua famiglia.

Zebra?

Un progetto canadese creato da alcuni adulti adottati in Corea ci può aiutare a capire meglio: il progetto vuole dare uno spazio agli adulti adottati in Québec e definire l’identità del figlio adottato. Un sito spalleggia  il progetto: “L’hybridé” (l’ibrido). Dall’ibridismo dei protagonisti del progetto nasce l’idea di chiamare  se stessi “zebre”. Corti documentari sull’identità ibrida di quegli adulti sono stati realizzati: ve ne propongo uno, ovviamente in francese, ma la musica e le immagini sono abbastanza suggestive per farci capire il misto di Oriente e di Canada presente nello storia della protagonista  anche se non capiamo le parole (altri di questi documentari sono visibili a questa pagina):

Links utili:

Mi viene spesso chiesto dove acquisire films in lingua russa per i propri figli: vi basterà in realtà fare una ricerca con la parola chiave “russian cartoons for kids” su qualche famoso sito internazionale di acquisto on-line per trovarne tanti! Un sito americano specializzato è questo, ma i prodotti sono in inglese (magari può essere utile per darvi qualche idea).

Per quanto mi riguarda, vorrei invece suggerirvi di avvicinare i vostri figli alla cultura russa  partendo dalla lingua italiana acquisita, leggendo loro per esempio bellissime fiabe russe. State attenti però al minimo segno di rifiuto. Infine, vi consiglio la lettura di questo indispensabile testo che vi inviterà, più che al bilinguismo, alla multiculturalità adottiva. Un’altra bellissima scomessa!

(c)Figlidallarussia (2006-2011)

4 Risposte

  1. Credo che non bisogna forzare le cose, ma lasciare al figlio adottivo di scegliere, quando nascerà in lui il desiderio di riprendere la sua lingua madre primaria.
    Tale lingua rappresenta la lingua che parlava quando lui ha vissuto il trauma di essere lasciato ed è ovvio che tenta di dimenticarsela. A mio avviso è anche (tra altri fattori) segno di voler dimenticare il dolore e lasciare indietro tutto.
    Io sono dell’avviso che se sono grandicelli (mio figlio aveva 7 anni) mettono tale lingua in un angolo della memoria, ma sono del parere che non verrà mai cancellata del tutto. Sarebbe come cancellare una parte della propria identità e la lingua che abbiamo udito da quando eravamo nella pancia fa parte di questa identità.

    • L’aspetto psicologico dell’argomento è anch’esso importante, hai ragione. Non ne ho parlato nell’articolo perché mi volevo concentrare sull’aspetto linguistico e culturale. E’ chiaro che la “linguamadre” essendo anche una lingua degli affetti ( e della pancia come dici tu), l’uso di quella lingua primaria o il suo abbandono per una secondaria prendono una sfumatura molto intima.

      • Rispetto alle persone adottate in Nord America di origine Coreana e del fatto che non si sentono ne Coreani ne Americani ma con una identità diversa, ho letto qualcosa in: Outsiders Within: Writing on Transracial Adoption – Jane Jeong Trenka, Julia Chinyere Oparah, e Sun Yung Shin. Southend Press. E’ un libro scritto interamente da persone adottate. L’ho trovato molto interessante. Non è facile per un genitore adottivo leggerlo ma ti apre gli occhi.
        Dal punto di vista del sentirsi “ibridi”, posso capire. Non sono stata adottata ma sono emigrata da piccola e poi rimpatriata in un’altra regione Italiana. In me convivono, si incontrano e si scontrano 3 modi diversi di essere e di pensare. E’ una riflessione che faccio da adulta. Da giovane mi era difficile capire. Immagino quanto possa essere complicato per i nostri figli.

      • Grazie! Infatti penso che ci sarebbe un bel lavoro da fare per incrociare la cultura di base (di origine) e quella di accoglienza (adottiva) e vedere se ci sono punti in comune tra le reazioni dei ragazzi a seconda del luogo di nascita. Ho notato anch’io nelle mie ricerche che i ragazzi di orgine Coreana sono molto numerosi quanto alla ricerca delle origini e di una propria identità “persa”. Il concetto di “ibrido” è complesso ma anche molto creativo: è la fusione tra le diversità che fa nascere il nuovo. La cosa non implica solo gioie, ma anche dolori, tuttavia anche in musica, per esempio, ci sono incroci simili, bellissimi!

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